Allergia alimentare ed intolleranza alimentare: impariamo a distinguerle

14 Luglio 2014 Nessun commento
Se ci sentiamo male dopo aver mangiato un determinato alimento viene da chiedersi se abbiamo un’allergia alimentare o un’intolleranza alimentare. Cercare di capire la differenza tra le due malattie può essere di aiuto a scegliere il medico specialista cui rivolgersi risolvendo più velocemente il problema e risparmiando esami inutili. Per aiutarci in tal senso, prenderemo in esame le storie di Antonio e Sofia.

Sabato sera, qualche minuto dopo aver mangiato pesce in un noto ristorante, Antonio si è accorto di avere le labbra gonfie ed ha iniziato ad avere prurito e difficoltà a respirare. Domenica sera, Sofia è andata a cena a casa di amici dove ha mangiato pasta alla carbonara. Nel corso della notte ha avuto “gonfiore” del volto e dolori addominali. Entrambi si sono recati al Pronto Soccorso convinti di avere una allergia alimentare. Le due storie, in realtà, dipendono da malattie diverse. E’ facile confondere le allergie alimentari con le intolleranze alimentari. La storia di Antonio, però, è più probabilmente dovuta ad un’allergia alimentare; la storia di Sofia è più tipica di un’intolleranza alimentare. Continuando a leggere capiremo le differenze tra le due malattie.

Se chiediamo in giro, anche ai nostri conoscenti, saranno in molti ad essere convinti di soffrire di allergie alimentari. Le vere allergie alimentari, invece, sono piuttosto rare e si verificano in meno del 5% della popolazione generale. Le reazioni allergiche agli alimenti si verificano immediatamente dopo l’ingestione. La quasi totalità avviene entro le due ore dall’assunzione dell’alimento responsabile e molte avvengono immediatamente, se non contemporaneamente, all’assunzione dell’alimento stesso. Le reazioni da intolleranza alimentare avvengono in ritardo rispetto all’assunzione dell’alimento, a volte anche fino a 72 ore dopo l’ingestione.
Nel caso di una allergia alimentare, una piccola quantità – in persone particolarmente sensibili anche una traccia – dell’alimento responsabile può scatenare una reazione. Le reazioni si verificano ogni volta che l’alimento viene ingerito.

Le reazioni legate alle intolleranze alimentari si verificano solo quando l’alimento è consumato in grandi quantità o in maniera frequentemente. L’allergia alimentare è potenzialmente fatale potendo provocare, in alcuni casi, l’anafilassi. I sintomi comprendono orticaria, rigonfiamento della lingua o della regione della gola, difficoltà a respirare e deglutire, e calo della pressione arteriosa.

I sintomi di una intolleranza alimentare comprendono gas e gonfiore intestinali, crampi addominali, bruciore di stomaco, mal di testa e cattivo umore.
L’allergia alimentare e intolleranza alimentare possono entrambi causare nausea, dolori addominali, diarrea e vomito. Il 90% delle allergie alimentari sono causate da una sparuta minoranza di alimenti costituiti da arachidi, noci, pesce, crostacei, latte, uova, soia e grano. Gli alimenti più spesso coinvolti nelle intolleranze alimentari sono grano, glutine, latte, frutta e verdura. In caso di allergia alimentare, il sistema immunitario ha sviluppato una immunoglobulina (IgE) specifica verso un dato alimento. Ogni volta che il sistema immunitario incontra lo stesso alimento, si attiva provocando una reazione allergica. Le persone che soffrono di altre allergie, asma o hanno qualche familiare con tali malattie hanno un rischio maggiore di sviluppare un’allergia alimentare. L’intolleranza alimentare può essere causata da una serie di fattori, tra cui la mancanza di un enzima necessario per digerire un alimento. Nel caso dell’intolleranza al lattosio, per esempio, vi è una mancanza di lattasi. Tale enzima consente la digestione del lattosio, uno zucchero presente in grande quantità nel latte.Tra le intolleranze alimentari vengono spesso annoverante anche due malattie croniche come la sindrome del colon irritabile e la malattia celiaca. La sindrome del colon irritabile provoca crampi, stitichezza e diarrea. La malattia celiaca coinvolge il sistema immunitario che viene attivato dall’ingestione di glutine, una proteina presente nel grano e altri cereali. E’ bene chiarire, però, che l’allergia alimentare al grano viene diagnosticata dall’Allergologo con i test allergometrici cutanei (prick-test) ed il dosaggio delle IgE specifiche; la celiachia viene diagnosticata dal Gastroenterologo mediante una serie di esami del sangue (anticorpi anti-transglutaminasi, anticorpi anti-endomisio, etc.) e va confermata con una biopsia intestinale.
Possiamo concludere dicendo che se soffriamo di sintomi immediatamente dopo aver mangiato un alimento ed i sintomi sono quelli descritti per l’allergia alimentare sarebbe opportuno recarsi da un Allergologo. Se, invece, i sintomi compaiono più lentamente, con grandi quantità di alimento ed hanno le caratteristiche tipiche delle intolleranze alimentari, è preferibile iniziare le indagini con un Gastroenterologo.

Riferimenti

Stefano Guandalini, Catherine Newland. Differentiating Food Allergies from Food Intolerances. Current Gastroenterology Reports October 2011, Volume 13, Issue 5, pp 426-434.

 

Un nuovo “candidato” per la terapia delle allergie respiratorie

3 Luglio 2014 Nessun commento

Sul numero del 2 Luglio di “Science Translational Medicine”, sono stati pubblicati i promettenti risultati di due studi preliminari sulla sicurezza, la farmacocinetica e l’attività del quilizumab. Si tratta di un nuovo farmaco, somministrato in tre iniezioni mensili, in grado di sopprime la produzione di anticorpi IgE, gli anticorpi che svolgono un ruolo cruciale nelle malattie atopiche come la rinite e l’asma allergiche.

Secondo gli autori, il trattamento con quilizumab è stato ben tollerato ed ha portato ad una significativa riduzione delle IgE. Tale riduzione è perdurata per almeno 6 mesi dopo la cessazione della somministrazione del farmaco.

Riferimenti

Gail M. Gauvreau, Jeffrey M. Harris et al. Targeting membrane-expressed IgE B cell receptor with an antibody to the M1 prime epitope reduces IgE production. Sci Transl Med 2 Luglio 2014: vol. 6, Numero 243, pag. 243ra85.

I “belli” non ammalano di asma?

1 Luglio 2014 Nessun commento
Gli antichi greci hanno teorizzato l’ideale della perfezione nella kalokagathia (bello = buono). Un recente studio pubblicato su “Evolution & Human Behavior”, ha evidenziato che le persone attraenti sarebbero anche più sane. Avrebbero, infatti, meno probabilità di soffrire di diverse malattie tra cui asma, diabete, ipercolesterolemia ed ipertensione. I risulti derivano da uno studio condotto su 15.000 uomini e donne di età compresa tra 24-35 anni che sono stati seguiti dall’età di dieci anni. 
I ricercatori suggeriscono i loro risultati supportano la teoria che l’attrattiva fisica è un marker di geni “buoni” ed una maggiore probabilità di avere avere una prole sana. Se ai risultati di quest’ultimo studio, aggiungiamo le osservazioni secondo cui le persone attraenti hanno maggiori probabilità di essere assunte, meno probabilità di essere licenziate, ricevono un salario più alto, etc., il quadro per i “non attraenti” non è certo esaltante…

Riferimenti

Joseph L. Nedelec and Kevin M. Beaver. Physical attractiveness as a phenotypic marker of health: an assessment using a nationally representative sample of American adults. Evolution & Human Behavior, in press.

Broccoli per curare l’asma?

29 Giugno 2014 Nessun commento

I ricercatori della Melbourne University in Australia hanno scoperto che il sulforafano naturalmente presente nei broccoli ed in altre verdure della famiglia delle Cruciferae (o Brassicacae) avrebbe un’azione protettiva contro l’infiammazione delle vie respiratorie che può causare asma. I risultati dello studio sono pubblicati su Hellenic Journal of Nuclear Medicina.
In attesa di maggiori dettagli sulla reale utilità dei broccoli, per il momento, è bene mantenere una dieta equilibrata ricca di vegetali che contengono molti antiossidanti.

Riferimenti

Shelley Z, Royce SG, Ververis K, Karagiannis TC. Cell cycle effects of L-sulforaphane, a major antioxidant from cruciferous vegetables: The role of the anaphase promoting complex. Hell J Nucl Med. 2014 Jan-Apr;17 Suppl 1:11-6.

L’eccessiva igiene si associa ad un più alto rischio di allergie: conferme epidemiologiche

6 Giugno 2014 Nessun commento

I dati di un recente studio epidemiologico condotto negli Stati Uniti sembrano supportare lo slogan “più infezioni = meno allergie” della cosiddetta teoria igienica proposta per la prima volta, da David P. Strachan nel 1989. La teoria nasce dall’osservazione epidemiologica di una minore incidenza di rinite allergica e dermatite atopica (entrambi malattieallergiche) nei bambini di famiglie numerose e, quindi, presumibilmente più esposti ad agenti infettivi.

La mancata esposizione, nei primi anni di vita, ad alcuni agenti infettivi modificherebbe la risposta del sistema immunitario nei confronti del mondo esterno. Lo squilibrio della risposta immunitaria in senso allergico induce un’attivazione dello stesso sistema immunitario anche nei confronti di agenti non particolarmente dannosi per l’organismo (allergeni).

In particolare, uno studio, pubblicato online il 6 Giugno scorso su Journal of Allergy and Clinical Immunology, ha esaminato i fattori ambientali connessi con il wheezing  ricorrente (il respiro sibilante tipico dell’asma) negli ambienti urbani su una coorte di 560 bambini di Baltimora, Boston, New York e St. Louis. Secondo lo studio i bambini maggiormente esposti a specifici allergeni e batteri, durante il loro primo anno di vita, hanno una minore probabilità di sviluppare wheezing ricorrente e sensibilizzazioni allergiche. Questi risultati suggeriscono che l’esposizione concomitante ad alti livelli di determinati allergeni e batteri nei primi anni di vita potrebbe essere addirittura “utile” potendo aprire la strada a nuove strategie di prevenzione per il wheezing e le malattie allergiche in generale.

In effetti, alcuni dei batteri “protettivi” sono abbondanti negli scarafaggi e nei topi, la fonte di questi allergeni comuni. L’esposizione, durante il primo anno di vita, alla polvere domestica contenente alti livelli di due specifici gruppi di batteri particolarmente abbondanti nell’intestino umano – i Bacteriodes ed i Firmicutes – è associata ad un minor rischio di asma. Se tali dati sono confermati da ulteriori studi, si potrebbe valutare una strategia “protettiva” contro le allergopatie somministrando adeguati ceppi batterici ai bambini nei primi anni di vita.

Riferimenti

1) D. P. Strachan. Hay fever, hygiene, and household size. BMJ. Nov 18, 1989; 299(6710): 1259–1260.

2) Susan V. Lynch, Robert A. Wood et al. Effects of early-life exposure toallergens and bacteria on recurrent wheeze and atopy in urban children. JACI Published online 06 June 2014.

L’immunoterapia specifica sublinguale sbarca negli Stati Uniti

2 Giugno 2014 Nessun commento

La Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha recentemente approvato Oralair (prodotto dalla francese Stallergenes) per il trattamento della rinite allergica provocata da alcuni pollini di graminacee in persone di età compresa tra i 10 e 65 anni. Oralair è il primo estratto per immunoterapia specifica sublinguale approvato negli Stati Uniti.

L’immunoterapia specifica sublinguale consiste nella somministrazione di piccole dosi di allergeni sotto la lingua che, dopo un breve periodo iniziale di osservazione medica, viene effettuata a casa. Oralair prevede la somministrazione giornaliera di compresse che si dissolvono rapidamente dopo che sono state poste sotto la lingua.

La sicurezza e l’efficacia del trattamento è stata valutata in vari studi condotti negli Stati Uniti e in Europa che hanno coinvolto circa 2.500 persone. Ad alcuni pazienti è stato somministrato l’Oralair, ad altri un farmaco inattivo (placebo). Al fine di valutare l’efficacia, i pazienti hanno annotato i loro sintomi ed i farmaci aggiuntivi di cui hanno avuto bisogno durante la stagione pollinica. Durante il trattamento per una stagione pollinica, i pazienti che hanno assunto Oralair hanno riferito una riduzione del 16-30% dei sintomi e della necessità di farmaci rispetto a quelli che hanno ricevuto il placebo.  

Le reazioni avverse più comuni registrate dai pazienti adulti sono state prurito nelle orecchie ed in bocca o sulla lingua, “gonfiore” della mucosa orale bocca ed “irritazione” della gola. Nei bambini, le reazioni avverse più comunemente registrate sono state prurito e gonfiore in bocca e irritazione della gola.

Riferimenti

FDA news relalease, 2 Aprile 2014

L’asma è fortemente associata all’esposizione al fumo passivo soprattutto all’interno delle automobili

1 Giugno 2014 Nessun commento

Questo è risultato di uno studio osservazionale condotto in quattro degli stati membri degli USA (Indiana, Kentucky, Louisiana and Mississippi) su persone di età superiore ai 18 anni. Tra i 17.863 intervistati che dichiaravano di non aver mai fumato, il 7,4% ha dichiarato di soffrire di asma al momento dell’intervista, mentre il 12,3% ha dichiarato di essere stato esposto nei 7 giorni precedenti a fumo passivo all’interno di un veicolo. Gli adulti esposti a fumo passivo in un veicolo hanno mostrato un più elevato odds ratio relativo all’asma, ovvero una maggiore probabilità di manifestare la malattia al momento dell’intervista, rispetto ai non esposti.

E’ buon norma, pertanto, evitare di fumare in tutti gli ambienti frequentati da altre persone, soprattutto se di piccole dimensioni come le automobili.

Riferimenti

Nguyen KH, King BA, Dube SR. Association between current asthma and secondhand smoke exposure in vehicles among adults living in four US states. Tob Control. 2014 May 2.

La vitamina D non è di aiuto per gli asmatici adulti

19 Maggio 2014 Nessun commento

Alcuni lavori scientifici hanno messo in correlazione il deficit di vitamina D (livelli sierici di 25-idrossivitamina D inferiori a 30 ng/ml) con l’iperreattività bronchiale, una ridotta funzione polmonare, un aumento della frequenza delle riesacerbazioni dell’asma ed una ridotta risposta alla terapia cortisonica. Sulla base di tali osservazioni si è ipotizzato un ruolo della vitamina D nella terapia dell’asma.
Un recente studio pubblicato su numero di Maggio di JAMA, sembra smentire tale possibilità, almeno negli adulti.

I ricercatori hanno randomizzato 408 pazienti asmatici di età superiore a 18 anni con bassi livelli di vitamina D suddividendoli in due gruppi. Il primo gruppo ha assunto una dose iniziale di 100.000 UI di vitamina D3, prima di passare ad un dosaggio di 4.000 UI al giorno per 28 settimane. Il secondo gruppo ha assunto, con modalità simili, il placebo. Tutti i partecipanti hanno continuato con il loro consueto trattamento con corticosteroidi – ciclesonide per via inalatoria.
Alla fine delle 28 settimane di studio, la supplementazione con vitamina D non ha prodotto alcuna variazione statisticamente significativa dei sintomi di asma, della riduzione del tasso di mancata risposta ai corticosteroidi, del mancato controllo dell’asma, della ridotta funzionalità respiratoria, dell’infiammazione delle vie aeree e della qualità della vita.
Gli autori, pertanto, hanno concluso che, negli adulti affetti da asma persistente e bassi livelli di vitamina D, il trattamento con vitamina D3 non è in grado di ridurre il tasso di fallimento al primo trattamento o il numero di esacerbazioni della patologia. I loro risultati, pertanto, non supportano l’uso della vitamina D3 come strategia terapeutica nei pazienti adulti asmatici.

Riferimenti

Mario Castro, Tonya S. King, Et al. Effect of Vitamin D3 on Asthma Treatment Failures in Adults With Symptomatic Asthma and Lower Vitamin D Levels. The VIDA Randomized Clinical Trial. JAMA. Published online May 18, 2014.

Allergologi e pazienti: insieme si vince

18 Maggio 2014 Nessun commento

In occasione dell’ultimo congresso IFIACI tenutosi a Roma in Aprile 2014, per la prima volta in Italia i pazienti allergici hanno avuto un ruolo attico in un congresso di Allergologia. Ci si augura che da tale collaborazione possa nascere una maggiore sensibilizzazione sui problemi degli allergici anche in sede politica.
Guarda il video.

L’allattamento al seno riduce drasticamente il rischio di asma

4 Maggio 2014 Nessun commento

Queste le conclusioni di una metanalisi di 117 studi scientifici condotti nell’arco di 30 anni, dal 1983 ed il 2012, su un numero complessivo di 250.000 bambini.
Nel dettaglio, l’allattamento al seno riduce il rischio di asma del 37% nei bambini di età inferiore a 3 anni. Nei bambini di età superiore ai sette, il rischio di sviluppare asma risulta ridotto del 17%.
In totale, 62 studi hanno concluso che l’allattamento al seno ha svolto un’azione protettiva, per 43 studi non avrebbe avuto alcun effetto, secondo 4 avrebbe causato l’asma e, infine, 8 hanno concluso che altri fattori erano più importanti.
Lo studio di metanalisi della Britain’s University Campus Suffolk è stato pubblicato sull’American Journal of Epidemiology. I suoi risultati suggeriscono che l’allattamento al seno ha un’azione fortemente protettiva contro l’asma sopratutto fino all’età di due anni. I bambini non allattati al seno sono notoriamente a più alto rischio di infezioni respiratorie. Lo studio afferma che queste ultime potrebbero innescare l’asma nei neonati e nei bambini piccoli.
I risultati dello studio, oltre a chiarire che i risultati non mostrano differenze tra i paesi occidentali e quelli non occidentali, stabiliscono, in maniera, univoca l’azione protettiva dell’allattamento al seno nella prevenzione dell’asma.

Riferimenti

Dogaru CM, Nyffenegger D, Pescatore AM, Spycher BD, Kuehni CE. Breastfeeding and Childhood Asthma: Systematic Review and Meta-Analysis. Am J Epidemiol. 2014 Apr 11.