Febbraio 2017


Il trattamento ottimale attualmente impiegato per gli ictus cerebrali causati da coaguli di sangue è rappresentato dall’infusione terapeutica dell’attivatore tissutale del plasminogeno (tPA). Tale farmaco ha una elevata efficacia nello “sciogliere” i coaguli e ripristinare il flusso sanguigno dei vasi cerebrali ostruiti da un ictus ischemico. Questo trattamento, in gergo chiamato “trombolisi” non è privo di rischi. Essi sono rappresentati dal sanguinamento e dall’edema (“rigonfiamento”) del tessuto cerebrale. Il trattamento, inoltre, deve essere intrapreso entro tre ore dopo l’inizio dello stroke. Questi aspetti limitano fortemente i benefici clinici della trombolisi.

Alcuni ricercatori dello Joslin Diabetes Center di Boston nello stato del Massachusetts degli Stati Uniti hanno evidenziato, attraverso uno studio su topi, che l’impiego di un inibitore della callicreina plasmatica in associazione con la “trombolisi” riduce significativamente il sanguinamento, l’edema ed il conseguente danno cerebrale provocato dall’ictus ischemico. Tale effetto sarebbe il risultato del blocco che l’inibitore della callicreina eserciterebbe sul suo bersaglio (la callicreina) attivata dal tPA tramite il fattore XII della coagulazione.

La Food and Drug Administration ha già approvato un inibitore della callicreina plasmatica per il trattamento dell’angioedema ereditario. Diverse aziende farmaceutiche stanno sviluppando ulteriori inibitori in grado di bloccare tali reazioni enzimatiche per questa malattia genetica e altre condizioni, tra cui l’edema della macula dell’occhio del paziente diabetico (maculopatia diabetica). I risultati dei ricercatori di Boston suggeriscono la possibilità di opportunità terapeutiche aggiuntive per gli inibitori della callicreina nella terapia trombolitica dell’ictus ischemico che interessa, secondo le stime, circa 160.000 individui all’anno solo nel nostro paese.

Riferimenti

Fabrício Simão, Tuna Ustunkaya, Allen C. Clermont, Edward P. Feener. Plasma kallikrein mediates brain hemorrhage and edema caused by tissue plasminogen activator therapy in mice after stroke. Blood, January 2017.

L’insonnia può aumentare il rischio di asma negli adulti fino a tre volte. Questo è quanto emergerebbe dallo studio prospettico HUNT i cui risultati sono stati recentemente pubblicati sullo European Respiratory Journal a firma di alcuni ricercatori norvegesi

Lo studio è stato condotto su circa 18.000 norvegesi di età compresa tra i 20 ed i 65 anni. I ricercatori hanno scoperto che le persone che affermavano di aver difficoltà ad addormentarsi “spesso” o “quasi ogni notte” ha avuto un aumento del rischio, rispettivamente, del 65% e del 108% di sviluppare asma negli 11 anni successivi. Le persone che hanno detto di svegliarsi troppo presto e che non riuscivano a tornare a dormire “spesso” o “quasi ogni notte” ha avuto un aumento del rischio di sviluppare asma, rispettivamente, del 92 e del 36%. Coloro, infine, che hanno dichiarato di avere una scarsa qualità del sonno per almeno una volta alla settimana è risultata avere un rischio aumentato di sviluppare asma del 94%.

Lo studio non dimostra una relazione causa-effetto tra insonnia ed asma ma, se ciò fosse dimostrato dai prossimi studi, la cura dell’insonnia potrebbe rientrare nei consigli di prevenzione per gli oltre 300 milioni di persone affette da tale patologia respiratoria in tutto il mondo. Se a questo aggiungiamo che l’asma è stata collegata con l’aumento del rischio di sviluppare una serie di malattie mortali tra cui il cancro, il diabete e le malattie cardiache, è intuibile che la cura dell’insonnia cronica potrebbe diventare una priorità dei sistemi sanitari di tutti i paesi del mondo.

Riferimenti

Brumpton B. et al. Prospective study of insomnia and incident asthma in adults: the HUNT study. European Respiratory Journal 2017, 49.